Università degli studi Roma Tre
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La partecipazione del terzo settore ai processi di programmazione sociale



Il terzo settore rappresenta una componente essenziale per il sistema italiano di welfare. La rete dei servizi alla persona, infatti, da tempo registra la operosa presenza di una cospicua quantità di attori noprofit (in particolare organizzazioni di volontariato e cooperative sociali) e l’espressione welfare mix – con cui oramai si usa inquadrare lo scenario delle politiche sociali contemporanee – sintetizza efficacemente il carattere strutturale delle relazioni che in questo campo contrassegnano il rapporto tra gli attori istituzionali e il terzo settore.

Negli ultimi anni, però, i contenuti dell’interazione tra il pubblico e il noprofit hanno conosciuto una sostanziale trasformazione. Alle tradizionali forme di relazione riconducibili essenzialmente alla dimensione organizzativo-gestionale dei servizi alla persona e fondate su schemi di tipo contrattuale si sono infatti aggiunti significativi spazi di interconnessione riconducibili alla dimensione programmatoria delle politiche sociali. In tal senso, decisiva è risultata essere la crescente attenzione rivolta dagli attori istituzionali alle istanze della partecipazione, attenzione sollecitata dal progressivo affermarsi del principio di sussidiarietà orizzontale ma alimentata principalmente dalla ben nota necessità di rilegittimare l’azione pubblica.

L’esigenza di strutturare le modalità del coinvolgimento del terzo settore nei processi di programmazione sociale ha trovato una puntuale codifica nel dettato della legge quadro sui servizi sociali (Legge 328/2000). Oltre a promuovere genericamente la realizzazione di interventi pubblici funzionali ad una adeguata valorizzazione delle potenzialità e delle risorse della società civile, la norma prevede infatti che la «concertazione» e la «cooperazione» con i soggetti noprofit siano un passaggio obbligato del decision making process condotto dall’attore istituzionale. E la successiva riforma del titolo V della Costituzione – con la quale le competenze in materia di welfare dei servizi sono state completamente territorializzate – ha identificato nella Regione il livello di governo in cui la partecipazione del terzo settore ai processi della programmazione sociale deve essere resa praticabile. Dopo il 2001, dunque, si sono progressivamente delineati i differenti orientamenti strategici e le diverse scelte operative con cui a livello meso si è inteso dare concretezza a questa indicazione.

In tema di partecipazione esistono varie proposte di tipizzazione ma la scala elaborata da Sherry Arnstein (A Ladder of Citizen Partecipation, 1969) e la sua riformulazione effettuata da David Wilcox (A Guide of Partecipation, 1994) costituiscono indubbiamente i riferimenti da cui hanno preso le mosse la gran parte delle successive sistematizzazioni. L’ampia modellistica che nel tempo è stata proposta ha infine trovato una sintesi largamente condivisa in un documento dell’OECD (Citizens as Partners, 2001) che individua due possibile forme di coinvolgimento della società civile nei processi decisionali: quella che si realizza attraverso “procedure di consultazione” (consultazione, coinvolgimento, cooperazione) e quella che invece si definisce in “procedure di partecipazione attiva” (trasferimento di potere decisionale).

L’analisi delle modalità con cui la questione del coinvolgimento del terzo settore nei processi della programmazione sociale viene trattata nelle normative regionali ha tuttavia segnalato che le scale di partecipazione finora elaborate e lo stesso modello dell’OECD risultano inappropriati per l’inquadramento del fenomeno specifico. Ciò avviene perché la varietà e la peculiarità degli stakeholder da coinvolgere, i diversi orizzonti di governance entro cui la questione può trovare risposta, la consistenza e il radicamento delle realtà di terzo settore nella comunità locale sono elementi che nei processi di programmazione sociale assumono una caratterizzazione particolare e che incidono in modo significativo sui tratti della presenza in tali processi di soggetti noprofit. Con riferimento all’oggetto di studio, dunque, pare necessario introdurre alcune modifiche ad hoc dei tipi oramai largamente impiegati nelle scale della partecipazione e rendere più complesso il quadro di riferimento ipotizzando un modello tridimensionale, attraverso cui cogliere non solo i modi ma soprattutto la qualità del coinvolgimento del terzo settore nella programmazione sociale.